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Il 10 febbraio visto dalla minoranza: ne parla Tremul

venerdì 12 Febbraio 2021 18:45:51

Il 10 febbraio, Giorno del Ricordo, Maurizio Tremul, presidente dell'Unione Italiana, ha rilasciato questa intervista ad un giornalista dell'East Journal


di Pietro Aleotti

Si celebra oggi il Giorno del Ricordo, celebrazione istituita in Italia nel 2004 per commemorare le vittime delle foibe e dell’esodo giuliano dalmata. La ricostruzione storica di quel periodo e di quei fatti è tra le più controverse e divisive della storia d’Italia del secolo scorso. Tra strumentalizzazioni, distorsioni e narrazioni artatamente parziali, l’analisi di quel periodo esce, quasi sempre, dal contesto storico per invadere la sfera della politica – molto spesso nel senso meno nobile del termine.

Aprire quel capitolo significa, tutt’oggi, trovarsi nel bel mezzo di uno scontro tra opposte fazioni: uno scontro che si esplicita, di norma in modo sterile, nella pura contrapposizione ideologica, buoni/cattivi, comunisti/fascisti e via dicendo. Lo studio storico, rigoroso e per quanto possibile oggettivo, resta sullo sfondo, quasi fosse un dettaglio secondario, persino trascurabile, soverchiato dalla necessità di far prevalere la propria presunta verità di parte, sovente omissiva.

Il 10 febbraio, dunque, non è un giorno come gli altri, ma è addirittura “un passaggio cruciale della nostra storia recente”. A definirlo così è Maurizio Tremul, italiano di Slovenia (nato e cresciuto a Capodistria) e presidente dell’Unione Italiana (UI), l’organizzazione che rappresenta la comunità nazionale italiana (CNI) che vive in Slovenia e Croazia – una comunità che conta oggi circa 30.000 persone che risiedono soprattutto sulla costa slovena, in Istria e nelle città di Fiume e Zara. Lo abbiamo intervistato per East Journal per dare voce agli italiani che hanno vissuto e che ancora vivono sulla sponda opposta dell’Adriatico: una voce importante, spesso trascurata, per capire meglio le vicende a cui rimanda il Giorno del Ricordo.

Perché il 10 febbraio è una data così importante per gli italiani di Slovenia e Croazia?

Perché è alla base della semplificazione etnica attuata sul nostro territorio che ha trasformato la nostra comunità da maggioritaria a minoranza esigua. L’esodo della maggioranza della popolazione italiana da questi territori ne ha cambiato radicalmente la composizione etnica, culturale, linguistica e identitaria. Ha lacerato un popolo, ha diviso famiglie portando dolore, disperazione e sofferenza. Sono iniziati, allora, dei percorsi molto diversi, tra chi scelse la dolorosa strada dell’esilio in Italia e chi la strada dell’esilio nella propria patria. Il 10 febbraio ci ricorda ogni anno le sofferenze e le violenze che abbiamo subito come italiani dal regime comunista dopo il 10 settembre del 1943 e dopo la fine della guerra, ma ci ricorda anche le sofferenze e le violenze che noi italiani abbiamo arrecato ai croati e agli sloveni, durante il fascismo.

In Italia questa data è vissuta in modo divisivo, una contrapposizione che si sposta dalla storia alla politica, perché secondo lei?

E’ sbagliato ricordare quei fatti in maniera divisiva. Non possiamo negare la verità: i misfatti e i terribili crimini del nazifascismo prima e poi del comunismo che, pur avendo contribuito a liberare l’Europa da un regime disumano, ne ha poi insanguinata una parte rilevante soggiogandola, diventando parimenti disumano. Serve conoscenza, informazione, istruzione, cultura, dialogo, rispetto reciproco. L’eventuale narrazione condivisa dei fatti presuppone il riconoscimento dei torti fatti e di quelli subiti, un processo che non può essere unilaterale. Noi, Unione Italiana, italiani di Croazia e Slovenia, questo percorso lo abbiamo fatto.

Cosa resta di non detto, di non riconosciuto a livello storico sulle foibe e sull’esodo?

Credo resti ancora molto da dire soprattutto a livello di ricerca storica, senza preconcetti o tesi precostituite, ma con obiettività e oggettività.

Dopo la fine della guerra, quali sono le ragioni che hanno spinto molti italiani a rimanere in Jugoslavia?

La stragrande maggioranza di chi rimase lo ha fatto perché non se la sentiva di lasciare tutto o perché, come è il caso della mia famiglia e di molte altre che conosco, gli anziani non volevano andarsene, abbandonare la loro terra e i loro morti. E’ stato un bene, è grazie a loro che oggi si parla ancora italiano in queste terre, l’Istroveneto e anche l’istrioto sono lingue ancora vive e vitali. Si produce cultura italiana, si perpetua l’identità italiana. Solo una piccola parte della minoranza rimase per scelta ideologica, altri, ancora meno, lo fecero per convenienza.

Quale era il clima intorno agli italiani in Jugoslavia nell’immediato dopoguerra e come è cambiato nel tempo?

Erano potenziali nemici in casa, sostanzialmente fascisti, perché fascista era sinonimo di italiano. Negli anni, lentamente, a costo di un prezzo altissimo in termini di assimilazione, il clima è cambiato fino a far quasi scomparire, al giorno d’oggi, queste percezioni.

Oggi si può dire che la comunità italiana sia integrata nelle società di Slovenia e Croazia?

La nostra comunità ha una percentuale altissima di matrimoni misti, non soffre di nazionalismi, è aperta e cooperativa con le altre componenti storiche del nostro territorio, persegue il dialogo interculturale, i valori della convivenza. È parte integrante di questo spazio antropico dove concorre a produrre cultura, civiltà, ricchezza economica e sociale. Rispetta gli altri, le loro tradizioni, la loro storia, le loro aspirazioni. Crede fermamente nei valori europei della democrazia, della solidarietà, della cittadinanza attiva, dell’integrazione che non significa assimilazione. Chiede, esige, il rispetto della propria storia, delle proprie origini, della propria lingua, cultura e identità che hanno forgiato in maniera incancellabile e profonda questa regione. Esige il rispetto e la piena applicazione dei diritti che gli ordinamenti giuridico-costituzionali sloveno e croato le riconoscono, che gli accordi e le intese internazionali e i principali documenti sui diritti minoritari europei sanciscono, senza se e senza ma. Certamente in Slovenia alla CNI, a cui sono assicurati importanti diritti, non viene riconosciuto quel ruolo politico attivo nella società che invece viene riconosciuto agli italiani in Croazia, in special modo in Istria, dove, a livello di autonomie locali e regionale istriana, ma anche a livello nazionale, ricoprono ruoli politici e istituzionali di primo piano.

Nessun pericolo di derive nazionaliste, dunque?

Nient’affatto. Noi siamo orgogliosi di rappresentare l’italianità di queste terre nel senso più aperto e rispettoso possibile, per nulla esclusivo ed escludente, privo di vene nazionalistiche, ma con l’orgoglio di essere consapevoli di appartenere a una grande cultura e civiltà. Siamo fieri di aver tenuto alto il nome dell’Italia di aver costruito ponti, in primis con la Comunità Nazionale Slovena in Italia, come pure con gli esuli in Italia, amicizia, fraternità, solidarietà, valori e pace

Forza Rosy, anche da lassù ti sentiremo vicina e amica

venerdì 12 Febbraio 2021 14:55:45

E’ mancata nei giorni scorsi a Fiume, la giornalista Rosy Gasparini, per una vita colonna portante della Voce del Popolo. Sentiamo la notizia su TV Capodistria…le parole rimangono sospese nella nostra mente per un lungo istante. No, non è possibile, la nostra Rosy, l’anima delle battaglie per la storia di Fiume, le sue piazze e le sue case. Voce che spesso si staccava dal coro, non prescindendo dalla sua carica di alta umanità e di spirito libero. “Se go de dirtele, te le digo in muso!”.
Per molti anni a capo della Fiumana del quotidiano italiano, un giornale nel giornale. “Non stemo misciar le robe, Fiume xe Fiume”…lo diceva con falsa serietà, con quel lampo deciso e sornione negli occhi di un verde bellissimo che hanno fatto innamorare tanta gente di questa donna eccezionale. Un monumento per la nostra Comunità che come tutti i monumenti infiamma una gran parte di persone, le altre le lascia indifferenti per ignoranza, per mancanza di una coscienza nazionale così come lei la concepiva, combattiva e sempre presente.
Fu lei a pronunciare un giorno parole profonde e pesanti come pietre, parafrasando un’immagine descritta da Santarcangeli nel volume “La città dell’aquila decapitata”…sortì: “Se i ne metesi noi tutti italiani de qua, insieme nello stadio de Cantrida, e i ne fazesi fora tutti, prima o poi, qualche mona se ricordasi de essere italian e tutto riminciassi de novo”.
Grande Rosy ad aver capito la vocazione da Araba Fenice della nostra gente che, come la marea, arriva, succhia il sole dalla riva, e se ne torna nel mare grande, ma ritorna, tante e tante volte ancora, magari sperando di rimanere intrappolata tra le rocce, in una pozza che le possa concedere ancora un po’ di quiete e di cielo pulito dopo tante tempeste.
Rosy era il binomio perfetto con Agnese Superina, con loro e Roberto Palisca nel 2013 organizzammo a Fiume, Comunità degli Italiani e Associazione degli esuli insieme, il primo Incontro mondiale Sempre Fiumani, con anche la partecipazione della Fanfara dei Bersaglieri che aveva percorso correndo il Corso per arrivare con un boato senza fine nella sala delle feste della Comunità. Che momenti, quanto entusiasmo, quanta voglia di verità, di abbracci e lacrime perché siamo gente di sentimenti, sappiamo commuoverci. Anche gridare, arrabbiarci e fare pace.
Solo la falce della terribile Signora nera può toglierci il fiato ma non il ricordo che rimane e vive in chi continua ad agitarsi e lottare, magari in solitudine ma per tutti. Viva Rosy. Viva Fiume.
Rosanna Turcinovich Giuricin

Didascalia: Rosy Gasparini (a sinistra nella foto, con Rosanna Turcinovich e Fulvio Varljen durante la cerimonia nella Cripta di Cosala.

http://www.lavocedifiume.com/forza-rosy-anche-da-lassu-ti-sentiremo-vicina-e-amica/

Giorno del Ricordo: il bisogno di un progetto incisivo…per tutti

martedì 09 Febbraio 2021 10:31:50

di Rosanna Turcinovich Giuricin

Quasi in un sogno, in questo 2021 di zone gialle, arancione e rosse, scorrono immagini al rallentatore di un 10 Febbraio vissuto negli anni. Come nel 2003, quando non era ancora legge, ma aveva visto i parlamentari di quasi tutto l’arco costituzionale riuniti al Quartiere giuliano-dalmata di Roma per consegnare alla storia un gesto forte: riconoscere il colpevole silenzio della Patria per tanti, troppi, decenni, sulle vicende del suo confine orientale. L’anno dopo veniva votata con la medesima partecipazione la Legge del Ricordo, finalmente ossigeno per il nostro respiro sempre troppo corto. Poi ci furono le parole catartiche dei Presidenti della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, Giorgio Napolitano, Sergio Mattarella…le relazioni di Lucio Toth al Quirinale in un crescendo armonico che avrebbe portato agli incontri dei Tre presidenti a Trieste e poi al viaggio di Giorgio Napolitano a Pola. Il Capo di Stato entrava nell’Arena in un tripudio di bandiere e gli italiani di tutta l’Istria e Fiume scandivano all’unisono: “presidente, presidente”. Al suo fianco un sorridente Ivo Josipovic, presidente della Croazia, persuaso, convinto che fosse giusta quell’apertura senza precedenti.
Ma la politica non bastava e allora arrivò a commuoverci e consolarci un grande Simone Cristicchi, eroe di questo nostro tempo ingarbugliato e strano. Nell’ottobre del 2013 a Trieste avevano annunciato fischi e contestazioni alla prima della messa in scena di “Magazzino 18”. Il pubblico che gremiva il Teatro Rossetti si sciolse in un lungo applauso, si strinse attorno a quell’idea di spettacolo diverso, l’arte del teatro vero, senza sbavature, senza inutile retorica, dritto alla meta e fummo in tanti a trovarci con gli occhi umidi e le mani che, come la testa e il cuore, non smettevano di ringraziare applaudendo ancora ed ancora.
Quanta condivisione dopo tanta divisione!
Ora, a luci spente, nella eccezionale banalità del quotidiano, lentamente, senza ulteriori scossoni, è stato raggiunto un grande risultato a quasi vent’anni dell’istituzione della legge sul Giorno del Ricordo: l’idea, la conoscenza della nostra vicenda, si è fatta strada nella coscienza degli Italiani, la nazione sa che il Giorno del Ricordo parla di Foibe ed Esodo. Ora è una storia scritta sulle vie delle città, sui nomi delle piazze, ai piedi dei monumenti che si sono moltiplicati in modo esponenziale. Si espongono date e frasi se non si può ottenere altro riconoscimento. Le iniziative sorgono spontanee, non c’è bisogno di grandi spinte, parlare di Esodo e Foibe è una consegna entrata nel calendario ma è un calendario che si ripete, non evolve, spesso segna il passo, si accontenta di ciò “che passa il convento”, non crea, non propone l’impossibile, non guarda oltre, attende segnali da altrove.
Per esempio dalla cerimonia del 10 Febbraio a Roma al Quirinale, al Campidoglio, al Senato o laddove di anno in anno si decide di trasferire l’incontro “centrale” insieme a quello di Basovizza a Trieste. Rimane comunque importante l’incontro delle associazioni degli Esuli con le massime cariche dello Stato nella speranza di frasi epiche, di un segnale di svolta, di veder camminare le parole e parlare i passi. Sin da quei primi tentativi incisivi con gli interventi di Lucio Toth, così come succedeva in Istria a Fiume ogniqualvolta prendeva la parola in occasioni ufficiali lo storico presidente della Comunità nazionale italiana, Antonio Borme. Tutti e due, e non per caso, separatamente, chiamavano la gente che rappresentavano “mio piccolo popolo”.
Senza di loro, andati avanti, quest’anno è stato fatto un ulteriore passo verso la cancellazione dei torti subìti. Piegati ma non vinti dalla pandemia, i vari rappresentanti di “qua e di là” come recitava una divisone ormai superata che indicava Esuli e Rimasti, s’incontreranno on line, Tremul/Codarin, Moscarda/Bellaspiga, per ribadire la volontà di procedere insieme, stringere dei patti, proporre progetti.
Un’evoluzione lenta, costruita sulle parole, sulle intenzioni, che la politica riconosce così come la società civile e porta conforto ad un mondo di esuli ancora sfiniti dal dolore che non si placa e di un mondo di rimasti che rischiano di morire per asfissia, modernità, nuova economia. Lo leggiamo nei loro racconti, nell’epilogo di progetti implementati per decenni e rimasti orfani, nell’attesa, sempre delusa, che l’Italia riconosca i torti subìti dagli esuli attraverso gesti forti, per i rimasti una continua erosione dei diritti acquisiti. Se pensiamo che in Istria non ci sono ancora monumenti sulle foibe, che ammettano la tragedia e leniscano il dolore, è facile comprendere la rabbia di tanta gente e la loro incapacità di un approccio sereno e distaccato. A tutto ciò va aggiunto un persistente negazionismo che scatena, per contro, reazioni senza ritegno, volano parole forti, si ripresentano rigurgiti di stampo nazionalista, tesi pesanti: altro non sono che il frutto dell’insopportabile visione della mancanza di rispetto nei confronti di una tragedia il cui fardello gli esuli sono convinti di portare da soli. E’ un cane che si morde la coda, rabbia crea rabbia, dolore suscita dolore, e il resto viene da se. Spesso volano reciproche accuse per le cose non fatte o non dette, dimenticando lo slancio dei giganti: Barbi, Miglia, Depangher, Tomizza, Spadaro, Missoni, Bettiza, Molinari, e tanti politici, artisti, gente semplice ma di buona volontà…
Il piccolo popolo è fatto di tante persone, sparse ovunque, ma ancora vive e vivaci che in questo mese di febbraio, dal 2004 hanno avuto modo di ritrovarsi, di testimoniare, di far parlare di sé, di entrare nelle scuole, farsi ricevere o accompagnare dai sindaci, coinvolgendo storici ed intellettuali impegnati, qui e dappertutto.
La pandemia, che ha sconvolto ogni cosa, non poteva che rendere più difficile il tutto. Deposizioni di corone con la partecipazione di poche persone, cerimonie ridotte all’osso, però tante manifestazioni sui social anche solo per ribadire una presenza.
Il prossimo anno tutto potrebbe essere diverso, questa è la speranza e forse questo stop alla frenesia presenzialista degli anni scorsi, farà riflettere, per realizzare meno cose ma di maggiore qualità. Forse un grande progetto come auspicavano i “padri” fondatori dell’associazionismo. Il Giorno del Ricordo dovrebbe svolgersi anche nel loro nome il che ci farebbe sentire più completi, meno disconnessi col passato e più connessi con chi la pensa allo stesso modo almeno su una cosa: la storia per noi delle terre adriatico-orientali è stata inclemente, lo è stato anche il destino ma ci ha permesso di andare nel mondo e diventare un popolo sparso che può fare rete e procedere compattamente concordando sui principi fondamentali tracciati dagli uomini illuminati e di buona volontà, “di qua e di là”.
In una realtà fatta a pezzi dall’emergenza ci accorgiamo che l’incapacità di sognare in grande, di osare, è stata fino ad ora solo l’espressione della paura di non sapere tracciare una linea precisa di evoluzione condivisa, ripiegando per tanto su tentativi solitari da realizzare in ordine sparso. Se qualcosa deve cambiare, questo è il momento giusto, nonostante tutto. C’è ancora spazio per i sogni sulla nostra linea temporale.

Giorno del Ricordo 2021

lunedì 08 Febbraio 2021 17:46:54

Intervento del nostro presidente all' assemblea del Consiglio Regionale della Liguria

Mi chiamo Franco Papetti, nato a Fiume, da famiglia fiumana da generazioni (risale al 1700 l’origine della mia famiglia) titolare di un’attività commerciale fondata nel 1858 che durò fino al 1945 quando fu nazionalizzata.

Sono il Presidente dell’Associazione fiumani italiani nel mondo che rappresenta i fiumani italiani che esodarono dopo la seconda guerra mondiale e Vice Presidente vicario di Federesuli, l’Associazione che collega Le più importanti associazioni degli esuli fiumani, giuliani e dalmati.

Ringrazio Il Consiglio Regionale della Liguria ed in particolar modo il Presidente GianMarco Medusei per aver voluto la mia presenza in questa solenne occasione del “Giorno del Ricordo” che mi coinvolge particolarmente sia per le cariche istituzionali da me ricoperte sia per la mia esperienza di vita di esule fiumano. Crescere lontano dai luoghi storici della mia famiglia non è stato né facile né semplice, basta poco per sentirsi diversi, affrontando spiegazioni e dibattiti sulla provenienza e sui significati di una scelta compiuta dagli adulti e sopportata in vari modi dalle giovani generazioni.

La legge del Ricordo e stata istituita con la legge Legge del 30 marzo 2004, n. 92, votata da quasi la totalità del Parlamento italiano, pubblicata nella Gazzetta ufficiale n. 86 del 13 aprile 2004 con la seguente denominazione :

"Istituzione del «Giorno del ricordo» in memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo giuliano-dalmata, delle vicende del confine orientale e concessione di un riconoscimento ai congiunti degli infoibati"

L’istituzione del Giorno del Ricordo nel 2004 ha rappresentato una svolta importante per la storia degli italiani che furono costretti ad abbandonare l’Istria Fiume e la Dalmazia. La Repubblica italiana, ha inteso, come recita l’art. 1, “conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”.

Il ”Giorno del Ricordo” ha portato un pò di chiarezza  in una storia dei confini orientali dell’Italia che speculazioni politiche hanno reso spesso di difficile comprensione soprattutto dei suoi aspetti più traumatici e laceranti

  1. STORIA DEL CONFINE ORIENTALE

Val la pena contestualizzare da un punto di vista geografico e storico di cosa stiamo parlando, per dirvi chi siamo noi giuliano-dalmati.

La definizione di Venezia Giulia si deve al goriziano linguista glottologo Graziadio Isaia Ascoli nel 1863 che divise l'ampio territorio che dal nord est d'Italia si estendeva a oriente fino alle popolazioni slave e a mezzogiorno fino al mare Adriatico in tre entità geografiche accomunate dall'uso di idiomi veneti; più precisamente in Venezia Tridentina (capoluogo Trento), Venezia propriamente detta o Venezia Euganea (capoluogo Venezia), Venezia Giulia il territorio restante compreso tra le Alpi Giulie e l'Istria (città principale Trieste

Relativamente alla Dalmazia parliamo di una regione storica che prese il nome dalla tribù illirica che la abitavano, i “dalmati”, che inizia sotto Fiume per arrivare fino al fiume Boiana che segna il confine tra Montenegro e Albania.

La storia di queste terre e molto complessa e per ragioni di tempo darò solo dei brevi cenni. Il crollo dell’impero romano vide queste terre  come luogo di scontro tra goti e bizantini; successivamente  con l’arrivo dei popoli slavi nel VII secolo nelle pianure balcaniche, la popolazione romana si rinserrò nelle città della costa e nelle isole nelle quali poterono difendersi e costituire nel medio evo delle città comune che ebbero una storia simile a quella dei comuni  italici (Ragusa, Spalato, Sebenico, Trau, Pola, Fiume) sono gli esempi più importanti) che crebbero e si arricchirono dove la lingua parlata era il dalmatico una lingua romanza discendente dal latino che scomparve definitivamente alla fine dell’ottocento. Queste città portano nomi italiani sin dalla loro fondazione, che quindi vanno rispettati per amore della storia e della civiltà che hanno saputo esprimere nei secoli e che continua ad essere presente ancora oggi grazie alla Comunità nazionale italiana che qui vive.

Per chi visita queste città salta agli occhi la presenza di Venezia che progressivamente cominciò ad esercitare la sua potenza marinara sull’Istria e sulla Dalmazia tanto che nel 1409 acquisì  definitivamente il dominio della stessa ponendo fine ad una competizione secolare con l’Ungheria, e che tenne fino al crollo della Serenissima del 1797.

La potenza di Venezia si marcò anche con la diffusione del cosiddetto veneziano “di la da mar” che sostituì progressivamente il dalmatico e si diffuse in tutto il mediterraneo come lingua franca dei commerci. Venezia non dominò Fiume e Trieste che crebbero nella sfera degli Asburgo.
L’ottocento è il secolo dei grandi cambiamenti, con il congresso di Vienna del 1815 tutta la Venezia-Giulia e la Dalmazia passano sotto la dominazione all’Impero asburgico e tali rimarranno fino allo scoppio della prima guerra mondiale. L’ottocento è anche il secolo che porta allo svilupparsi delle aspirazioni nazionali degli italiani nella formazione di uno stato nazionale. Dopo la nascita del Regno d’Italia il sorgere dell’irredentismo italiano nella Venezia Giulia portò il governo asburgico, soprattutto a partire dal 1866 a favorire il nascente nazionalismo sloveno e croato, nazionalità ritenute più leali e affidabili rispetto agli italiani: diventa strategica l’applicazione del principio del “divide et impera”. Gli italiani della Dalmazia che rappresentavano nel 1700 quasi il 20% della popolazione soprattutto concentrati nei gradi centri cominciarono a diminuire ed a perdere importanza fino a divenire, a parte Zara, esigua minoranza.

Diverso il discorso sia per Trieste e Fiume da una parte, dove il grosso sviluppo economico di fine secolo rafforzò addirittura la componente italiana mentre in Istria la grande maggiorranza degli italiani era concentrata nelle cittadine della costa con minoranze slovene e croate che vivevano nei centri agricoli dell’interno.

Il complesso dell’italianità adriatica assediata maturò, molto spesso, la corrente politica irredentista non più figlia del Risorgimento democratico mazziniano e garibaldino bensì del nazionalismo imperialista che si contrapponeva al crescente senso di appartenenza dei popoli slavi. E’ un nodo cruciale, il principio che spiega le tragedie del Novecento: per la prima volta nella storia, nazionalità che avevano vissuto in pace e in collaborazione per secoli si trovarono contrapposte, praticamente nemiche.

Soprattutto dopo la prima guerra mondiale quando dopo la fine del conflitto con l’accordo di Rapallo i confini del Regno d’Italia furono portati allo spartiacque inglobando quindi circa mezzo milione di sloveni e croati. La Dalmazia fu assegnata quasi totalmente, ad eccezione di Zara con una sua piccola enclave, al nuovo stato del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni che si era costituito nel 1918 dopo il crollo dell’impero asburgico e diventerà Jugoslavia nel 1929.

La situazione si complicò ulteriormente con l’avvento del fascismo che si propose l’obiettivo della bonifica etnica volta ad italianizzare le zone abitate dagli slavi, chiamati alloglotti, mediante l’esclusione dalla vita pubblica, la chiusura delle scuole slave, l’italianizzazione dei cognomi, la proibizione di parlare in pubblico lo slavo, favorendo l’emigrazione colonizzatrice italiana.

L’obiettivo fascista non fu raggiunto anzi creò l’effetto opposto di rafforzare l’identità dell’elemento sloveno e croato creando un senso di rivalsa verso l’Italia e indirettamente verso l’elemento italiano.

La seconda guerra mondiale porterà - come diceva lo storico Ernesto Sestan - allo “sradicamento della quercia della cultura romana e poi veneziana dalla sponda orientale adriatica”;

dopo l’invasione della Jugoslavia nell’aprile del 1941 si arrivò al tragico 8 settembre 1943 quando per gli italiani dell’Istria, di Fiume e di Zara iniziò la tragedia delle epurazioni e delle foibe.

Vale la pena chiarire cosa sono le foibe: si tratta di inghiottitoi naturali caratteristici della zona carsica, profondi anche centinaia di metri utilizzati dagli abitanti della zona come depositi di materiali di scarto o di ciò che si voleva eliminare e utilizzate dai partigiani jugoslavi per occultare le vittime dei massacri. Simbolo di questa tragedia è diventata Norma Cossetto, molte strade e piazze oggi portano il suo nome ma il suo sacrificio è emblematico di ciò che successe a migliaia di italiani nel 1943 in Istria e nel 1945 sul Carso di Trieste  e in varie tornate a Zara dove gli omicidi ebbero il mare come testimone e tomba.

Dopo l’8 settembre  i tedeschi occuparono la Venezia Giulia  e costituirono La Zona d'operazioni del Litorale adriatico o OZAK (acronimo di Operationszone Adriatisches Küstenland comprendente le province italiane di Udine, Gorizia, Trieste, Pola, Fiume e sottoponendola alla diretta amministrazione militare tedesca). Così misero fine alla prima tornata delle foibe ma certo la loro presenza, con una politica repressiva di occupazione, non fu meno tenera con la popolazione.

Con la fine della guerra, con il ritiro delle truppe tedesche, tutta la Venezia Giulia viene occupata dalle truppe jugoslave e mentre in Italia si festeggiava la fine della guerra comincia per i giuliani il periodo più tragico della loro storia che li porterà al quasi totale abbandono delle terre sulle quali avevano da sempre vissuto.

Questo periodo che va dal 1° maggio 1945 e si protrae con eccezionale intensità fino al dicembre 1945 porta una seconda ondata di violenza, con migliaia di esecuzioni sommarie con le vittime che vengono fatte scomparire nelle foibe, processi, deportazione di militari e civili parte dei quali perirà di stenti o verrà liquidata oppure come a Zara, mediante annegamenti in mare, chiamate appunto “foibe blu”. E tutto questo e voglio sottolinearlo “a guerra conclusa

La repressione partì dal movimento rivoluzionario jugoslavo che si stava trasformando in regime convertendo, quindi, in violenza di stato l’animosità nazionale ed ideologica diffusa nei quadri partigiani.

Come dice la relazione della commissione mista storico culturale italo-slovena, un esempio unico di collaborazione voluta nel 2001:” l’impegno ad eliminare soggetti e strutture ricollegabili al fascismo e alla dominazione nazista, al collaborazionismo e allo stato Italiano si fuse con il disegno di epurazione preventiva di oppositori reali, potenziali o presunti tali in funzione dell’avvento del regime comunista e dell’annessione della Venezia Giulia al nuovo stato jugoslavo”. Molti omicidi e sparizioni sono volte a colpire l’elemento italiano della regione visto come nemico e oppositore al nuovo regime comunista.

Le foibe furono quindi una strage etnico-politica come sottolineato dai Presidenti italiani nel Giorno del Ricordo, a partire da Giorgio Napolitano e vieppiù ribadito dal Presidente Mattarella lo scorso anno. Quello di Tito era un progetto politico-nazionalistico finalizzato ad annettere alla nuova Jugoslavia tutta la Venezia Giulia togliendo di mezzo quella classe dirigente che avrebbe potuto difendere l’italianità di quelle terre.

Quante furono le vittime? I numeri sono diversi ma mai si avrà una stima definitiva. Furono 5.000, 8.000/10.00 come affermato dalle truppe anglo-americane di occupazione? Furono vittime innocenti.

Ecco perché continuano ad essere oggetto di discussione anche perché nonostante l’approvazione del “giorno del ricordo” continuano a circolare tesi negazioniste, riduttiviste o giustificazioniste in barba alla risoluzione del Parlamento europeo di Strasburgo del 19 settembre 2019 che con 535 voti a favore, 66 contrari e 52 astenuti abbia riconosciuto il retaggio comune di tutti i popoli europei dei crimini commessi dalle dittature comuniste e naziste con omicidi di massa, genocidi e deportazioni. Ecco perché chiede l’affermazione di una cultura della memoria condivisa che respinga i crimini fascisti e comunisti.

Per noi giuliano-dalmati la violenza nei confronti della popolazione portò inesorabilmente all’esodo, ovvero allo spostamento volontario di una comunità, motivata da ragioni morali, religiose o politiche. Fu pulizia etnica? Non tutti concordano sul termine. Ma i numeri parlano chiaro.

L’esodo degli istriani, fiumani e dalmati coinvolse la quasi totalità della popolazione di queste terre dove da sempre avevano vissuto e prosperato. Nel 1944 i giuliano-dalmati erano 300.000, nel 1953 coloro che rimasero, volontariamente o costretti, erano 35.784 diventati nel 2002 19.784.

Il 90% della popolazione italiana abbandonò i territori ceduti alla Jugoslavia dopo il trattato di Pace di Parigi del 10 febbraio 1947.

Facciamo alcuni esempi: gli italiani di Pola che erano nel 1946 46.569 ne resteranno 4000, Fiume dei 43.000 fiumani italiani esoderanno 38.00 (88%), la quasi totalità degli abitanti di Zara dopo 53 feroci bombardamenti anglo-americani che distruggeranno quasi totalmente la città dalmata.

E così in tutte le cittadine istriane e molte delle quali resteranno quasi senza abitanti.

Se ne andarono operai ed intellettuali, uomini in vista e contadini, un mondo mise fine alla sua dimensione comunitaria costruita in secoli di storia e permanenza in queste terre. Perché se ne andarono, le ragioni sono diverse, elenchiamone alcune:

 La prima va ricercata nel clima di repressione, insicurezza e paura instaurato dal regime totalitario comunista jugoslavo che si esprimeva anche con un forte connotato nazionalista,

 la seconda va ricercata nella politica di snazionalizzazione

e la terza per ragioni economiche come

  • Eliminazione della proprietà privata
  • Nazionalizzazione delle fabbriche
  • Livellamento degli stipendi
  • Abolizione delle feste religiose
  • Piccole proprietà agricole fatte confluire in cooperative
  • Nuova moneta (dinaro)
  • Nuova lingua ufficiale nell’amministrazione pubblica.

Gli italiani se ne andarono esercitando l’opzione ufficiale o fuggendo senza documenti o assicurazioni, senza certezze su come avrebbero affrontato la profuganza.

Ricordo le parole che continuava a ripetere come una cantilena mio nonno Amedeo con dolore e rimpianto esule a Sanremo qui in Liguria: “non se podeva, non se podeva restar a Fiume

Un aspetto importante riguarda l’accoglienza in patria.

Ci furono slanci di solidarietà, è vero, ma in generale i profughi vennero accolti con diffidenza se non con ostilità. Il Paese si dimostrò completamente impreparato ad accogliere un così alto numero di persone in quanto completamente distrutto dalla guerra e agli inizi di una dura ricostruzione. I giuliano-dalmati vennero smistati in 109 campi profughi disseminati in tutta la penisola. Si trattava di ex campi di prigionia dismessi, di caserme in condizioni di totale abbandono, edifici fatiscenti o baracche, letti fatti di pagliericci di foglie di granturco, servizi igienici quasi completamente assenti, riscaldamento approssimativo, divisioni di box famigliari fatti con coperte o pareti di faesite per i più fortunati.

Basta leggere lo splendido libro della fiumana Marisa Madieri, moglie di Claudio Magris, che nel libro “Verde acqua” descrive la situazione inumana di abbandono e promiscuità nel silos di Trieste, primo ricovero per coloro che scelsero la libertà.

Finirono in questi campi un campione come Abdon Pamich, medici ed avvocati. I più fortunati furono accolti dai parenti ma tutti trascorsero anni di difficile assestamento. Lo ritroviamo nelle testimonianze di Ottavio Missoni, di Franco Luxardo e di tanti altri che, come loro, hanno rappresentato un fiore all’occhiello nell’Italia ricostruita, Enzo Bettiza, Fulvio Tomizza, Pier Antonio Quarantotti Gambini, Sergio Endrigo e tanti altri, compresi i loro figli e nipoti che hanno continuato a donare il proprio ingegno all’industria, alla cultura, alla politica, alla scienza, allo spettacolo in Italia. Sono stati esuli e nell’animo continuano ad esserlo, vivendo sempre con il ricordo ed il rimpianto delle loro terre abbandonate.

La Jugoslavia, perseguendo la sua politica di stampo comunista procedette alla nazionalizzazione e alla confisca di tutti i beni di coloro che avevano optato per la cittadinanza italiana: con il trattato di pace di Parigi si stabiliva che l’Italia avrebbe dovuto pagare la cifra di 125.000.000 di dollari come risarcimento dei danni di guerra causati dall’invasione della Jugoslavia dell’aprile del 1941; con successivi accordi si stabilì che i beni abbandonati sarebbero andati, contrariamente a quanto veniva stabilito in tutti gli accordi internazionali che prevedevano l’intangibilità delle proprietà private, in compensazione del debito italiano. Restava aperto il debito verso gli esuli: ma erano gli anni del silenzio, la guerra andava dimenticata in fretta, erano gli anni della politica estera decisa dall’America, gli esuli e le loro richieste erano un elemento di continuo disturbo: il Governo italiano procedette a versare alcuni acconti nel corso degli anni (l’ultimo è del 2001) con valutazioni catastali risalenti al 1938 con coefficienti irrisori di rivalutazione. “Con il costo di una casa ci siamo pagati un pranzo, anzi una merenda” diceva la gente. E’ una storia ancora in fieri, la partita non si è mai chiusa definitivamente. Molti sono convinti che si pratica la politica dell’attesa…del trapasso di tutti gli aventi diritto. E si dimentica che gli esuli hanno pagato il debito di guerra di tutta l’Italia.    

50 ANNI DI OBLIO

Dopo gli accordi di Londra del 1954 (ricordato come memorandum di Londra del 5 ottobre 1954) con i quali Trieste veniva restituita all’Italia, il confine orientale e tutte le sue problematiche e ancor più i temi più scottanti come le foibe e l’esodo diventano un argomento che sparisce dalla politica italiana, dalla cultura, dalla storia, dalla scuola tanto che nessun storico ne parla, nei manuali e nelle enciclopedie alla parola foiba si fa menzione solo al fatto geologico carsico e l’esodo non esiste.

Ora c’è da domandarsi perché? Perché 50 anni di damnatio memoriae?

Le motivazioni sono innumerevoli e possiamo così riassumerle:

  • La prima va ricercata in una motivazione politica, come sostenuto dallo storico Gianni Oliva: L’Italia voleva considerare che in fin dei conti si era riscattata dal fascismo sia con la cobelligeranza e soprattutto con la resistenza e parlare di infoibati, dell’esodo di trecentomila italiani e della perdita di una regione grande quanto l’Umbria o una volta e mezza la Liguria sarebbe stato sicuramente un bagaglio estremamente scomodo.
  • La seconda va ricercata nella posizione politica di Tito che dopo il 1948 diventa il primo esponente dei paesi non allineati e primo interlocutore dell’occidente che impedisce ai russi di arrivare fino al Mediterraneo.
  • La terza nel momento che gli jugoslavi avevano richiesto la consegna di oltre 700 criminali di guerra italiani per crimini compiuti dal 41al 43 nel corso dell’occupazione della Jugoslavia, aprire un discorso sulle foibe non era accettabile. Insomma una specie di squallido scambio o di baratto.
  • La mitopoiesi della resistenza prevedeva una resistenza eroica, cristallina e patriottica e parlare di partigiani iugoslavi che si erano macchiati di stragi di popolazione civile non era accettabile.
  • Altro punto importante, e forse ancora meno nobile, l’Italia si apprestava a diventare un partner commerciale molto importante per la Jugoslavia di Tito e quindi era impensabile riaprire discorsi sul passato della seconda guerra mondiale sulla Venezia giulia e tanto meno sulle foibe.

Quindi per oltre cinquant’anni il discorso esuli e foibe è stato completamente abbandonato diventando problema locale e solamente oggetto di discussione a Trieste e ricordato dagli esuli nelle loro riunioni.

La svolta è avvenuta dopo il crollo del muro di Berlino, quindi con la fine della guerra fredda e della contrapposizione dei blocchi, ad opera del Presidente della Camera Luciano Violante  che nel 1996  parla delle atrocità perpetrate dai partigiani croati e sloveni che avvennero in Istria e in Venezia Giulia che accompagnarono e seguirono la liberazione dicendo testualmente ”l’unico modo per conquistare la piena autonomia rispetto al passato è raccontare tutto il passato con pienezza e verità considerando nel bene e nel male parte della storia d’Italia. E una storia di vinti vittime del comunismo jugoslavo. Le stragi colpirono una parte significativa della popolazione civile ed inerme rea solamente di non volere l’annessione della propria città alla Jugoslavia e vennero tacitamente rimosse dal discorso politico, dalla storiografia, dal comune senso degli italiani.”

E finalmente con la legge 92 del 30 marzo 2004 viene istituito il “Giorno del ricordo”, come abbiamo detto votato dalla quasi totalità del parlamento italiano. Un piccolo anche se tardivo riconoscimento alle sofferenze patite da questo piccolo popolo che sacrificò tutto per mantenere la propria libertà e la propria identità italiana.

Con il “Giorno del Ricordo” la storia della Venezia Giulia diventa parte della storia nazionale. Agli esuli viene riconosciuta la dignità della difficile scelta di rimanere italiani al cui valore umano e civile sacrificarono tutto.

Questo è il sedicesimo anno che celebriamo la Giornata del ricordo, nella data di quel 10 febbraio 1947 quando fu firmato il trattato di Pace di Parigi che consegnava le nostre terre italiane alla Jugoslavia di Tito, disperdendo un popolo che aveva sempre vissuto con la lingua e la cultura italiana in territori ritenuti tali tanto che Dante nella Divina Commedia, canto IX dell’inferno, scrive “com’a Pola presso del Carnaro, ch’Italia chiude e i suoi termini bagna» (Inferno, Canto IX, 113-1149), confermando che già nel trecento al golfo del Carnaro, dove si trova Fiume, venivano posti i confini della nazione italiana.

La parola ricordare deriva dal latino cor/cordis che significa cuore, quindi la giornata del ricordo non deve solo essere una manifestazione burocratica che cita i fatti al confine orientale dell’Italia alla fine della seconda guerra mondiale, bensì una partecipazione emotiva e commossa, un atto di memoria, un riconoscimento delle speranze che istriani fiumani e dalmati ebbero di vivere in sicurezza la loro italianità.

Il “Giorno del Ricordo” non può e non deve essere un punto di arrivo da archiviare il giorno appresso ma un punto di partenza per nuove ripartenze e riconoscimenti continui.

Grazie al cielo, nella nuova Europa, gli esuli giuliani hanno cominciato già da lungo tempo un percorso di ritorno culturale ed intellettuale nelle terre dalle quali sono fuggiti ma dove hanno lasciato la loro anima e le loro radici. Siamo di fronte al tentativo concreto di ricomposizione di un popolo che gli eventi storici hanno così duramente punito, una ricomposizione tra esuli, la maggioranza, ovvero coloro che scelsero di andarsene e coloro, la piccola minoranza italiana che ancora esiste in Slovenia e Croazia, che scelsero o furono costretti a rimanere.

 “Esule a me stesso mi sento” – scrive in una poesia il poeta Osvaldo Ramous, una delle voci più alte del panorama letterario fiumano, in un contesto che “ogni giorno mi ridiventa straniero”. Si sentiva esule in patria con i pochi che come lui considerava “veterani di fughe mancate”.

Quanta sofferenza.

Anche la produzione letteraria è stata condannata ad una separazione forzata, per decenni non è stata in grado di attraversare il confine.

Cicerone diceva “historia magistra vitae” e l’esperienza dolorosa degli istriani, fiumani e dalmati può davvero dare e insegnare molto all’Italia e all’Europa di oggi.

Le Foibe e l’esodo devono diventare un’occasione di ulteriore riflessione sulla costruzione dell’Europa dei popoli basata su comuni aspirazioni di democrazia e di tolleranza. Le memorie non potranno essere mai totalmente condivise ma la possibilità di incontrarsi e confrontarsi rappresenta un traguardo sicuramente raggiungibile. Proprio in relazione a questo è iniziata da tempo anche una ricomposizione politica tra i paesi che si contesero queste terre ovvero Italia, e gli eredi della Jugoslavia, Croazia e Slovenia. Cominciata nel 2010 con il concerto dei tre presidenti di Italia, Slovenia e Croazia (Napolitano, Turk e Josipovic) che si incontrarono e si dettero la mano con un gesto di riconciliazione a Trieste fino alla manifestazione del 13 luglio 2020 a Basovizza con un riconoscimento reciproco dei torti subiti tra Italia e Slovenia che sicuramente ha contribuito alla nomina da parte della Slovenia come capitale Europea della cultura 2025 di Nova Gorica insieme a Gorizia.  

Il percorso da compiere è ancora lungo ma la strada è già tracciata ed il riconoscersi nei comuni ideali europei e con la voglia di camminare insieme potrà portare a sanare anche se solo in parte le ferite inferte della storia.  

Gli esuli hanno accettato il loro destino con dignità e come è nella tradizione di questo piccolo popolo si sono rimboccati le maniche e si sono inseriti, ricominciando dal niente una nuova vita. Oggi lottano perchè le loro cultura, la loro storia, le loro tradizioni possano non solo essere ricordate ma continuare ad esistere.

Mi avvio alla conclusione ricordando la fiumana LICIA PIAN recentemente scomparsa che trovò qui a Recco la sua nuova patria e che è stata per anni l’anima degli esuli in Liguria.

Termino mandando, un forte abbraccio a tutti gli istriani, fiumani e dalmati sparsi in Italia e nel mondo con tre parole in dialetto che riassumono la nostra caparbietà e la nostra forza:

                         “ IERIMO, SEMO E SAREMO”

Vi ringrazio sentitamente della vostra cortese attenzione